Quando il 14 Luglio 1933, il governo Nazista approvò la legge per la prevenzione di nuove generazioni affette da malattie ereditarie, l’eugenetica aveva già percorso un po’ di strada. Soprattutto passò la Manica e dal primo congresso mondiale sull’eugenetica tenutosi nel 1911 all’Università di Oxford, sbarcò qualche anno più tardi nella terra all’epoca più permeabile al delirio eugenetico, la Germania appunto.
Hitler non fece altro che attuare quanto un suo nemico, Winston Churcill, ebbe a dire riguardo le persone disabili e mentalmente malate nel 1910 auspicando “la loro segregazione sotto condizioni appropriate, così da far morire insieme a se stessi anche la loro sciagura, invece di propagarla alle generazioni future”.
In America, negli anni ’15, nel manuale di biologia più diffuso nelle università, A Civic Biology, si leggeva che l’alcolismo, l’immoralità sessuale e la criminalità erano da considerarsi come delle patologie ereditarie, esortando di conseguenza all’applicazione di pratiche «scientificamente auspicabili» come la segregazione dei disgenici e la selezione degli individui adatti al matrimonio.
Era l’epoca in cui la convinzione razziale accecava i diversi nazionalismi, e in cui il Nazismo fu la massima espressione. Il programma eugenetico tedesco prevedeva una serie di misure e tra esse l’obbligo di dichiarazione di neonati deformi, che obbligava medici ed ostetriche a denunciare la presenza di infanti nati con malformazioni. Il programma fu poi esteso anche agli adulti disabili.
Il risultato della Aktion T4, il cui nome deriva dal luogo in cui era operativo l’ufficio responsabile per la soppressione dei disabili, fu stimato in 70mila vittime, fra essi 8mila bambini, e poi ciechi, sordi, muti, epilettici.
La giustificazione di tale operazione, oltre alla garanzia per una razza superiore, era semplice: eliminare chi risultava essere un peso economico e sociale per lo Stato.
Raggiunti gli obiettivi, Il 24 agosto 1941 Hitler bloccò l’Operazione T4 che proseguì nella seconda fase di eliminazione di detenuti dei campi di concentramento e di pazienti psichiatrici.
La tragedia del Nazismo oggi si studia a scuola, o si ricorda attraverso i documentari di storia, eppure qualche residuo di quel programma T4 pare essere sopravvissuto.
Sebbene in altre forme, e con mutate giustificazioni, il concetto per cui un figlio malato sia un peso ed una sciagura rimane immutato.
La Legge 40, per la 37ima volta in 11 anni viene distrutta in favore non più, e non solo, del “diritto incoercibile al figlio”, ma anche da un nuovo diritto: il diritto di generare un figlio non affetto da malattia genetica, nel nome del rispetto alla vita privata della coppia. Prima lo Stato, ora il privato.
C’è chi esulta, e chi si preoccupa: secondo il Presidente del Movimento per la Vita, Gianluigi Gigli, una tale sentenza apre di fatto alla pratica dell’eugenetica. Di parere opposto Emilia Grazia De Biasi, presidente commissione sanità del Senato e piddina, secondo cui viene inferto un altro colpo alla crudeltà della Legge 40. Una legge crudele insomma, addirittura considerata medievale dalla coppia che ha vinto il ricorso oggetto della sentenza. Secondo Maria Cristina Paoloni e Armando Catalano, infatti, la legge 40 sarebbe stata responsabile del loro aborto “per il solo desiderio di avere un bimbo sano”. Forse chi ha concepito figli disabili dalla nascita, o divenuti tali a seguito di un grave incidente stradale, non avesse desiderato la salute per la propria prole, diversamente da loro? Con la sentenza della Consulta dell’11 novembre 2015, il desiderio viene ancora una volta trasformato in diritto, perciò da oggi sarà possibile selezionare gli embrioni sani ed isolare quelli malati, e come nella linea di qualsiasi produzione industriale ci sarà la possibilità di scegliere il prodotto di prima qualità: quello sano forte ed intelligente; e quello di seconda scelta: difettoso, sfigato, derelitto.
Finalmente possiamo sognare un’Italia grandiosa, intelligente, fisicamente forte e sana come Hitler sognava per la sua Germania. Sappiamo in quale sogno è vissuto l’Europa negli anni ’40.
Ma la vita di ciascuno è programmabile, è prevedibile? La felicità e la dignità di una persona si misura nell’utilità e nella salute? L’utopia eugenetica porta inevitabilmente ad un bunker culturale di morte in cui i criteri di efficienza e di qualità rischiano di avere la meglio sull’inalienabile dignità di ciascun essere umano. Forse è il caso tornare a studiare un po’ di storia, o gli stessi errori del passato saranno ripetuti nel prossimo avvenire.

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Diego Marchiori
classe 1988, è sposato con Martina e vive in provincia di Verona. Amministra una piccola azienda artigianale specializzata nella laccatura di mobili, e nel tempo libero si occupa di Dottrina Sociale della Chiesa collaborando con la Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico della Diocesi di Verona. Il suo impegno sociale è iniziato da giovanissimo nel paese in cui viveva prima di sposarsi assumendo incarichi direttivi nella Proloco, nel c.d.a. della Scuola Materna, animando le attività giovanili della parrocchia e fuori, occupandosi anche di integrare le persone disabili. Interessato alla valorizzazione della cultura e del territorio è attualmente consigliere provinciale del Centro Turistico Giovanile di Verona, e nutre la sua passione politica collaborando con il centro culturale L’Officina. Tra le recenti attività, in occasione delle elezioni regionali, ha fondato la Scuola di Politica Popolare del Veneto per portare al centro del dibattito temi cari al mondo cattolico.