A primavera, verosimilmente in aprile, si terrà il referendum per l’autonomia del Veneto. Si tratta di una consultazione elettorale a tutti gli effetti, decisa con legge regionale n.15 del 19 giugno 2014, che istituisce un referendum popolare consultivo per conoscere se i Veneti sono favorevoli o no all’autonomia della loro regione. Il costo sarà di 14 milioni di euro. Zaia, per risparmiarli, aveva chiesto al governo di celebrare il referendum assieme a quello costituzionale del 4 dicembre scorso, però Renzi non ha voluto. Ma non c’è problema: i soldi erano già stanziati dalla Regione che lo aveva previsto.

Nel frattempo il Veneto ha anche approvato una legge che definisce i Veneti “minoranza etnica”, con tutto quel che ne consegue in termini di tutela dei diritti delle minoranze. Eminenti costituzionalisti hanno subito bollato la legge come incostituzionale, sostenendo che il Veneto non ha titolo per definire tali i propri abitanti. Non importa. Costituzionale o no, quel che conta è che per la prima volta nella storia della Repubblica qualcosa si stia muovendo in tema di autonomia veneta. Si tratta di atti concreti, mai fatti finora, di cui bisogna dare atto all’attuale maggioranza di centrodestra ed a Zaia che la guida.
Possono dire tutto quello che vogliono i difensori del centralismo romanocentrico, ma già una bella botta l’hanno presa con la bocciatura popolare della riforma Renzi che mirava a svuotare le regioni di ogni potere. Un’altra con la bocciatura della Consulta della legge Madia, che voleva centralizzare a Roma la mina dei direttori generali delle Ulss. Sarà interessante vedere come reagiranno quando dovranno prendere atto che la grande maggioranza dei Veneti con un altro referendum, perfettamente legale, si pronuncerà in favore all’autonomia.
Siamo ancora, nonostante tutto e nonostante i tentativi di conculcare in ogni modo i diritti del popolo sovrano, una democrazia. E se una regione, oltretutto fra le più virtuose, chiede di essere autonoma, di potersi governare da sola, esattamente come altre cinque regioni ( Trentino-Sud Tirolo, Val d’Aosta, Friuli VeneziaGiulia, Sardegna e Sicilia) , il governo centrale non può rifiutarsi di tenerne conto, pena l’apertura di un conflitto politico che potrebbe avere delle conseguenze molto pesanti. Logica invece vorrebbe che si iniziasse una trattativa politica finalizzata a trovare la giusta sintesi fra le esigenze dei Veneti e quelle dello stato centrale.

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Paolo Danieli
La politica costituisce la sua grande passione. Ha frequentato la sede storica del Movimento Sociale Italiano di Verona fin dal 1965. Dopo una breve esperienza extra-parlamentare nel movimento “Europa Civiltà” si è iscritto al Movimento Sociale nel 1969, dove ha sempre svolto la sua attività. Tra l’altro è stato redattore, nei primi anni ’70, di un notiziario telefonico, primo tentativo di una comunicazione “moderna” che andasse oltre la classica propaganda cartacea. Nel ’77 è stato animatore di una delle prime radio private a carattere politico, “Onda Europa”. Danieli è stato tra i promotori del rinnovamento generazionale del MSI che a Verona ha avuto una delle realtà più vivaci. Espulso con l’intero gruppo dirigente e militante all’epoca della gestione di Pino Rauti nella seconda metà degli anni’80, vi è rientrato con l’elezione di Fini alla segreteria nazionale nel novembre del 1991. Nel ‘92 viene eletto in Parlamento assieme a Nicola Pasetto, leader veneto della destra giovanile. Viene riconfermato al Senato per quattro legislature. Nel ’94 è stato tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Coordinatore regionale tra il 1998 ed il 2002 è stato poi Presidente della Consulta nazionale della Sanità e capogruppo in Commissione Sanità del Senato.