“L’Italia è una superpotenza della cultura, della scienza, della bellezza”, sono state queste le parole pronunciate da Angelino Alfano lo scorso 9 gennaio quando si è tenuta l’apertura della conferenza degli addetti scientifici.

Beh, il ‘bel paese’, così com’è denominato, vanta anni secolari di bellezza paesaggistica, storica e architettonica mondiale. Le civiltà che vi si sono insediate e sono nate nel nostro paese vantano pagine su manuali e libri di storia ampiamente studiati da persone di tutto il globo, di ogni ordine e grado. Per tale motivo oggi si può affermare che l’Italia vive senz’altro di rendita della sua storia straordinaria – dall’impero Romano all’Umanesimo, dal Rinascimento in poi. Epoche che, tra le altre, ci hanno lasciato innumerevoli siti archeologici, oggi tra i più apprezzati al mondo dai turisti che giungono fin qui unicamente per visitarli.

Dopotutto il fascino che emanano i 51 siti fisici italiani nella lista dell’Unesco (che vede attualmente l’Italia come la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità) fanno del nostro paese una meta inarrivabile per molti altri Stati. I quali non hanno avuto la nostra stessa fortuna.

Una fortuna invidiata e poco apprezzata però, soprattutto dalla nostra stessa classe dirigente: la quale ben poco ha investito nella tutela dei nostri capitali (economici, umani e fisici). Le colpe sono tante e molteplici, derivanti da fattori di carattere sociale-culturale-politico ed economico. E su quest’ultima voce bisognerebbe fare un’ampia considerazione sul quanto investimenti di medio-lungo termine in opere millenarie (spesso lasciate ad aziende private, come nel caso del Colosseo) possano portare effettivi ricavi anche nel breve termine. Ma non allo Stato e ai suoi cittadini.

Cittadini ai quali rimarrà la percezione di uno stato ricco di storia e cultura, così come conferma  un’indagine di US News – condotta su un campione di 16mila persone di 4 continenti ai quali è stato chiesto di valutare 60 Paesi – che collocano al primo posto proprio il Belpaese per heritage (inteso in questo senso come “eredità culturale”). Ma quanto di tutto ciò ne facciamo tesoro e profitto? Ben poco. Basti pensare che la Roma “caput mundi” è quattordicesima tra le città più attrattive in termini di visite turistiche. Com’è possibile?

Non è che mentre si allarga lo spread tra Bund e Btp, così come veniva riportato dal Sole 24 ore non molto tempo fa, si restringe, a nostro svantaggio, quello relativo alla capacità di attrarre e accogliere turisti da tutto il mondo? E la colpa è certamente politica. Di quei soggetti che non mancano mai occasione per enfatizzare con belle parole il bel paese, ma lo distruggono nei fatti. Perchè, seppur indirettamente, la colpa ricade su chi della politica dovrebbe farne una missione volta al benessere della società e del paese, più che un tornaconto personale: ma forse nemmeno a loro farà strano sapere che Italia si piazza in fondo alle classifiche europee per investimenti in cultura e istruzione. Dopotutto restiamo pur sempre una “superpotenza”, grazie anche all’eredità dei nostri antenati, ma il futuro?

Di questo passo, riprendendo le ultime indagini ISTAT, saranno sempre più i giovani cervelli che decideranno di andarsene in cerca di altro (un bel +54% in 10 anni). Pur consapevoli di recarsi in paesi culturalmente meno ricchi ma con più opportunità, in cui crogiolarsi nel passato non serve poiché possono vantare un settore primario e secondario più invidiabile del nostro: alla faccia del terziario e del turismo. Lasciando, di fatto, relegato il ‘bel paese’ a terra di turisti e vacanzieri (o immigrati). Un disfacimento del tessuto economico, culturale e sociale degno della “Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino.

Siamo ultimi nell’Unione europea per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% medio Ue) e al penultimo posto per quella destinata alla cultura (1,4% a fronte del 2,1% medio Ue); E nella scienza? Stando al rapporto annuale dell’Istat 2016, che cita dati Eurostat riferiti al 2013, l’Italia figura sedicesima su 28 paesi per spesa totale per ricerca e sviluppo. Il maggior contributo alla spesa? proviene dalle imprese private, che coprono il 55,4% delle spese (non certo una novità). A tenerci a galla? fortunatamente resta la ricerca: solo settimi dietro a Usa, Gb, Germania, Francia, Canada e Giappone. E non certo per grazia dei nostri governanti, ma dei giovani ricercatori che sono un vero e proprio investimento oltre che una risorsa per il PIL di altri stati.

D’altronde, riprendendo proprio le ultime dichiarazioni di Alfano, perché assoggettarli a “cervelli in fuga” quando “loro” sono piuttosto ambasciatori del nostro successo fuor patria?

All’Italia restano pur sempre le rovine.

di Giuseppe Papalia

 

 

 

 

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Blogger e collaboratore di Secolo Trentino, aspirante pubblicista, è laureato in Scienze della Comunicazione, con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa. Classe 1993, Siciliano di nascita ed Emiliano d’adozione, si definisce un ragazzo qualunque, semplice e dai mille interessi. Da sempre interessato a temi sociali ed economici, decide, dopo essersi diplomato in Ragioneria, di proseguire gli studi presso l’Università degli studi di Verona, nel campo della comunicazione pubblica e d'impresa. Iscritto da quest'anno alla laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche, persegue quello che da sempre è il suo sogno nel cassetto: raccontare di un mondo migliore.