Il referendum per l’autonomia del Veneto è una novità assoluta. E’ la prima volta in 70 anni di Repubblica che una regione si attiva, con tanto di autorizzazione della Corte Costituzionale, per interpellare i cittadini circa la loro volontà di ottenere un’autonomia particolare, come già ce l’hanno altre cinque regioni. E già questo è un fatto politico rilevante, perché dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che la questione dell’autonomia è ancora viva e non è stata ficcata in qualche cassetto della memoria, come speravano i sostenitori del centralismo dopo la bocciatura referendaria del 2006 della “Devolution”, che per chi non lo ricordasse è la riforma costituzionale di stampo federalista approvata dal governo Berlusconi.
Il tempo passa, ma i Veneti non si rassegnano. Quelli di ieri come quelli di oggi sentono la necessità di gestirsi da soli svincolandosi il più possibile da Roma, perché di tasse e burocrazia non ne possono più. E questo al centro l’han capito. Perciò cercano di ritardare e ostacolare il pronunciamento del popolo veneto che sanno sarà massicciamente favorevole all’autonomia. Longa manus del Ministero degli Interni, controllato dalla sinistra, sono le Prefetture. Vedremo se, così solerti nel distribuire gli africani irregolari in questo o quel comune, lo saranno altrettanto nel collaborare col governo regionale nell’organizzazione del referendum.
Ma la novità di questo referendum è anche un’altra. E’ la prima volta che una regione si confronta con lo stato, la periferia con il centro, il popolo con l’establishment, chi sta sotto con chi sta sopra, la gente comune che lavora e paga le tasse con un apparato statale fra i più voraci del mondo. Si tratta, in scala minore, di quello che sta avvenendo un po’ in tutto l’occidente, dove perde sempre più senso il confronto fra destra e sinistra e si afferma quello fra alto e basso, fra popoli e oligarchie finanziarie. Esattamente com’è accaduto con Brexit, con Trump, con Orban, con Hofer e con Marine Le Pen. E’ in questo contesto che va inquadrato il referendum veneto ed è alla luce della contrapposizione fra popolo e potere che va spiegata anche la congiura del silenzio che punta a non far sapere alla gente che fra qualche mese il referendum si farà.

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Paolo Danieli
La politica costituisce la sua grande passione. Ha frequentato la sede storica del Movimento Sociale Italiano di Verona fin dal 1965. Dopo una breve esperienza extra-parlamentare nel movimento “Europa Civiltà” si è iscritto al Movimento Sociale nel 1969, dove ha sempre svolto la sua attività. Tra l’altro è stato redattore, nei primi anni ’70, di un notiziario telefonico, primo tentativo di una comunicazione “moderna” che andasse oltre la classica propaganda cartacea. Nel ’77 è stato animatore di una delle prime radio private a carattere politico, “Onda Europa”. Danieli è stato tra i promotori del rinnovamento generazionale del MSI che a Verona ha avuto una delle realtà più vivaci. Espulso con l’intero gruppo dirigente e militante all’epoca della gestione di Pino Rauti nella seconda metà degli anni’80, vi è rientrato con l’elezione di Fini alla segreteria nazionale nel novembre del 1991. Nel ‘92 viene eletto in Parlamento assieme a Nicola Pasetto, leader veneto della destra giovanile. Viene riconfermato al Senato per quattro legislature. Nel ’94 è stato tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Coordinatore regionale tra il 1998 ed il 2002 è stato poi Presidente della Consulta nazionale della Sanità e capogruppo in Commissione Sanità del Senato.