Che ci sia è di per sé un dato positivo, se ci limitiamo a gongolarci, però, sarà la fine. Parlo del “populismo” che dà l’impressione di essere entrato violentemente in gioco negli equilibri e negli squilibri della politica mondiale. Ma non basta che ci sia, è importante cosa ne nascerà.

Cos’ha di buono oggi il populismo?
Il captare l’esasperazione di una fascia della popolazione e il mettere in crisi l’impianto politicamente corretto. E poi l’identificare – purtroppo in modo grossolano, vago, dogmatico, astratto e impreciso – il ruolo dei poteri forti.

Cos’ha di non buono oggi il populismo?
Il seguire semplicemente l’onda, l’accarezzare il pelo degli scontenti ma senza offrire alcuna soluzione concreta e compiuta. Ci si limita ai No, indicando alcuni bersagli dell’odio, spesso astratti e sovrastrutturali, come la Ue, e a coltivare l’illusione che la maggioranza della popolazione, con il voto, si libererà della Casta per restaurare l’età dell’oro del liberismo grasso.

Perché il populismo non offre alternative concrete e si trincera nella nostalgia bottegaia e nell’utopia democratica?
(Il che, va detto, vale per l’Italia in primis, poi per il Sud-ovest e per parte dell’Est d’Europa perché in Grecia e in Mitteleuropa da questo punto di vista stanno molto meglio).
Semplicemente perché, a furia di prendere scorciatoie per parlare alla pancia della gente si è finito con il farsi direttamente pancia e con il rifiutare la testa quale un organo inutile, che ci fa perdere tempo. Così si è preso un granchio enorme non capendo quello che sta accadendo nel mondo.
Le cose infatti non vanno male per noi solo perché qualcuno, perverso e cattivone, le fa andare male, siamo in presenza di una rivoluzione storica dovuta all’avvento dei satelliti, in un mercato globalizzato e con una demografia incontenibile dal sud. Siamo peraltro in presenza di una ulteriore regressione delle caste, per dirla alla Guénon, con l’ascensione dei Parìa e, in ultimo, ad una deculturazione massiccia che incide anche sulle classi dirigenti.
Queste ultime non sono più in grado di raccogliere consenso perché, di fronte a crisi nuove, parlano un linguaggio vecchio di cui neppure sono padrone, tanto che in Italia devono ricorrere sempre a Napolitano vista l’incapacità dei più giovani.
Quindi i “parvenus” del “sogno americano” le soppiantano.

Ma che succede quando i parvenus soppiantano i vecchi chierici?
Tutti gli occhi sono puntati su Trump che ha utilizzato temi populistici e dovrebbe fare questa rivoluzione. Staremo a vedere quando sarà messo alla prova, per ora va detto che il suo team sembra uscito da un fumetto di Alan Ford. Dal falco sionista agli esteri, al Goldman Sach’s come consigliere strategico, passando per l’ex sorosiano, anch’egli Goldman Sach’s e banchiere d’assalto, al Tesoro, per il classista alla Sanità (se sei povero muori) e il magnate dei Fast Food al Lavoro (chissà che politica sui salari…), il primo affresco sembra una satira di Corrado Guzzanti.
Attendendo le mosse del Presidente che dovrà decidere se davvero vuol mediare con Assad e cooperare con la Russia o se vuole invece scatenare la guerra all’Iran, per il momento le zanne della Casa Bianca si affilano a protezione degli interessi americani in contrasto con i cinesi e con gli europei. Non sappiamo se la sua ricetta di turboliberismo muscolare con protezionismo avrà o meno successo, ma sappiamo che se lo avrà ciò sarà a nostro discapito. E i leaders populisti invece di andare in orgasmo e di scodinzolare attorno a Trump dovrebbero preoccuparsi del nostro avvenire.

Come incide il populismo sul sistema?
Dalla svolta di Trump, immediatamente seguita dalla realizzazione di una maschera populista per Fillon in Francia, appare evidente che il sistema sta sì liberandosi di una classe politica desueta e inadatta ma non per esplodere o implodere, bensì per avere le mani più libere. Si corre il rischio in cui cadde l’intera estrema destra un quarto di secolo fa quando si eccitò per Mani Pulite. Era vero che si spazzava via una classe politica corrotta – che  gli stessi che gioivano al tempo adesso rimpiangono, a differenza mia – ma il cambio avveniva in una regressione di sovranità. Il che rischia di verificarsi oggi in nome di recuperi fantomatici di sovranità.
L’ondata populista insomma, positiva in sé, rischia però di avere un effetto diverso dallo sperato e di limitarsi a far retrocedere nella volgarità e nel semplicismo il cinismo dei poteri dominanti i quali, essendo ben al di sopra della politica, non vengono intaccati direttamente anzi offrono il testimone a nuovi interlocutori subalterni i quali consentono a detti poteri di essere più spregiudicati di prima.
Perfetto nell’attuale fase di contesa globale e di proletarizzazione forzata dei ceti medi.

Cosa combinano i leaders populisti e i loro quadri?
Questo è il problema vero. Ubriacandosi della “possibilità” e inseguendola con semplicismo acritico e con mitizzazione della democrazia, essi si candidano come nuovi commis sguaiati ma non offrono alcun sistema politico-sociale compiuto né entrano nelle faglie e nei conflitti di potere con una visione strategica: solo con un opportunismo tattico che quasi mai paga. E, quando paga, è peggio ancora perché chi giunge ad amministrare anche una sola briciola di potere senza essere fornito di una chiara visione d’insieme, di una reale base di massa, di un potere autonomo socio-economico, di una serie di alleanze strategiche, è in balìa delle onde. Il precedente di Alleanza Nazionale è inequivocabile e se qualcuno pensa che si sia trattato solo di scarsa natura umana dei protagonisti sbaglia di grosso: mancava qualsiasi criterio politico che andasse oltre amministrazione e lottizzazione, nonché l’identificazione di amico e nemico, nonché la comprensione della dinamica storica. AN fu, insomma, un gossip come lo è oggi il populismo italiano.

Possiamo davvero parlare di populismo?
Ho qualche dubbio, perché popolo è un qualcosa di unito, di organizzato, di socialmente vivo.
Possiamo parlare di populismo all’Est, in Mitteleuropa, in Grecia dove esistono, in modo diverso e su scale differenti, organizzazioni popolari, luoghi d’incontro, strutture.
In Francia già è meno corretto utilizzare questo termine perché, anche se l’FN inizia oggi una penetrazione strutturale, predomina la relazione indiretta, mediatica, da social, tra il leader e gli elettori. I quali ultimi, anche se in larga parte appartenengono al ceto che più paga la globalizzazione, vale a dire piccoli borghesi e proletari agiati, non rappresentano un insieme in quanto sono tutti collegati individualmente e virtualmente con la Matrix de no’antri. Atomi non cellule. Possono votare e sostenere finché il vento va, quando cala, quando serve far leva, le individualità non organizzate a nulla valgono e nulla possono. Così come non sono in grado di combattere battaglie continuative e strutturate come comprova il Family Day: anche le vittorie eventuali sono destinate a essere effimere e transeunti perché manca la possibilità quotidiana di vigilare, mancano le milizie.
Manca sia l’organizzazione di classe che quella di popolo. Mi pare più corretto definire a Ovest, e particolarmente in Italia, il populismo come un Qualunquismo in eccitazione permanente (del quale i 5 Stelle hanno colto e impersonato perfettamente lo spirito nevrastenico, inconcludente e devastante). Si tratta della versione postmoderna dei Sansculottes, gli alleati principali del potere anonimo contro ogni forma di compensazione.

E l’insegnamento fascista?
Il fatto che il Qualunquismo in eccitazione permanente di destra faccia il verso a quello grillino, nei toni, nella scelta dei bersagli, nel pressapochismo programmatico (sul quale va detto che è riuscito ad essere più risibile e grossolano del rivale) la dice lunga.
Al tempo dell’industrializzazione si poteva combattere il padronato in due modi: obbligandolo a una logica partecipativa e interclassista che avrebbe favorito tutti e soprattutto la Nazione oppure osteggiandolo con la stessa mentalità che caratterizza oggi il populismo nostrano, cioè con la spocchia ghignante del compagno idiota, con l’esaltazione al linciaggio, con lo “sfasciamo tutto”.
Nel biennio di guerra civile (1920-21) chi ragionava così ruppe le macchine nelle fabbriche, fece morire le vacche nelle stalle, distrusse i raccolti, paralizzò la Nazione per intere settimane. Gli altri fecero il fascismo. I primi erano e rimasero utili idioti degli usurai, gli altri incalzarono questi ultimi e li sfidarono facendo popolo. Essere gli utili idioti degli usurai contro cui pur ci si riempie la bocca è quanto rischia di verificarsi oggi nel populismo occidentale, dato come ragiona e si posiziona per  palese mancanza di centralità rivoluzionaria.
Sarebbe criminale farsi sfuggire l’occasione populista e lasciarla trascinare al servizio delle centrali imperialistiche nemiche: dobbiamo imporle subito la mentalità fascista scacciando quella sovversiva che oggi predomina e che le sarà sicuramente fatale.
Trasformare il Qualunquismo in eccitazione permanente in Populismo è l’impresa del giorno. Una fatica degna di Ercole ma ci si deve provare.

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Gabriele Adinolfi
è un politico e scrittore italiano, membro fondatore negli anni settanta di Terza Posizione e presente in varie altre associazioni extraparlamentari nate dallo spontaneismo politico di destra radicale. Frequentò gli ambienti romani del Movimento Sociale Italiano per un breve periodo, in particolare la sezione “Filippo Anfuso” in via Livorno (piazza Bologna). Dal 1970 si spostò nell'area extraparlamentare di estrema destra. Fu prima membro di Fronte Studentesco, poi di Avanguardia Nazionale, di Lotta di Popolo ed infine di Alternativa Studentesca.