Si sono svolte le legislative in Olanda, primo cruciale appuntamento elettorale del 2017. All’indomani del voto, la tecnocrazia europea ed i media hanno salutato il verdetto elettorale come una vittoria “dell’Europa” sulle forze anti-sistema: i liberali del primier Mark Rutte sono emersi come primo partito, davanti ai populisti di Geert Wilders. L’esito delle urne dovrebbe in realtà fare tremare i polsi a Bruxelles, perché persino nel “nocciolo tedesco” dell’euro gli anti-europeisti guadagnano posizioni, senza poter contare sugli anni di recessione causati dalla moneta unica nell’euro-periferia. Con il voto del 15 marzo gli olandesi hanno scelto, senza sorprese, di aderire all’area euro-marco che nascerà sulle ceneri dell’Unione Europea, dopo che la Francia, incapace di reggere un cambio fisso con la Germania, avrà portato Marine Le Pen all’Eliseo ed innescato l’implosione dell’euro.

Se i populisti sono il secondo partito nella patria del falco Dijsselbloem…

Il 15 marzo gli olandesi si sono recati alle urne per il rinnovo del Parlamento: c’era grande attesa per il voto, primo importante appuntamento elettorale del 2017, cruciale per i destini dell’euro e dell’Europa. Dopo otto anni di eurocrisi, è grande il timore che “i populisti” conquistino i palazzi del potere, scalzando quell’oligarchia liberal ed atlantista che prima ha creato l’eurozona coll’obiettivo di strappare gli Stati Uniti d’Europa e poi ha strenuamente difesa la sua creatura, anche a costo di enormi sacrifici economici e sociali, nonostante l’aborto del processo federativo. Le legislative olandesi erano considerate il primo test per valutare la capacità dell’establishment di difendersi dall’assalto delle “forze anti-sistema”, la naturale risposta della società ad anni di impoverimento, precarietà, immigrazione di massa, insicurezza e venti di guerra. Che lettura si può dare del voto olandese?

Partiamo dai semplici dati: con una buona affluenza, superiore all’80%, i liberali del premier Mark Rutte si sono confermati la prima forza politica, raccogliendo il 21% delle preferenze e 33 seggi su 150, davanti ai populisti di Geert Wilders, secondo partito con il 13% delle preferenze e 20 seggi. È questa “la fotografia” del voto sventolata da tecnocrati, europeisti e grandi media; l’istantanea impiegata per dipingere il voto olandese come la prima sconfitta dei populismi, dopo il successo del referendum anti-europeista inglese e l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca: un vittoria dell’Unione Europea in vista delle decisive presidenziali francesi di fine aprile. “Olanda, i populisti non sfondano. Rutte sbarra la strada a Wilders”“Elezioni Olanda, vince il liberale Rutte: dopo Brexit e Trump, abbiamo detto no al populismo”; “Vince Rutte e populisti fermati, ma il vero antidoto è il pragmatismo olandese”.

C’è molta faziosità in questa interpretazione: il giudizio, infatti, cambia notevolmente passando “dalla fotografia” al film, allargando cioè l’orizzonte temporale e paragonando la Camera bassa uscita dalle elezioni del 15 marzo a quella precedente: emerge così che i liberali di Rutte hanno perso 10 seggi, Wilders ne ha guadagnati 5 ed i vecchi alleati del premier, i socialisti del Pvda che hanno partecipato per cinque anni alla grande coalizione di governo, hanno subito un salasso di 29 seggi, scivolando ai margini dello schieramento politico. I liberali di Rutte più che “vincere” hanno quindi retto l’assalto dei populisti, incassando discrete perdite, mentre i socialisti sono usciti a pezzi dalla coabitazione col centro-destra: il quadro politico si è spostato nel complesso a destra, su posizioni nazionaliste, ed i liberali di Rutte hanno conservato il primato inseguendo Geert Wilders sul suo terreno. La violenta polemica del premier Rutte contro la Turchia, pur sempre un membro NATO, ha infatti galvanizzato l’elettorato di centro-destra, a costo di impiegare lo stesso arsenale “populista”del Partito della Libertà di Wilders .

C’è quindi poco da rallegrarsi per l’establishment europeista. Le elezioni olandesi potrebbero essere un importante anticipatore di quanto avverrà a breve in un altro Paese europeo, ben più strategico dell’Olanda, la Germania: anch’essa governata da cinque anni da una grande coalizione tra popolari e socialisti, anch’essa totalmente assorbita dalle tematiche dell’immigrazione e della sicurezza, anch’essa patria di un partito populista sempre più radicato, Alternativa per la Germania, che ha fatto della lotta all’immigrazione selvaggia il suo cavallo di battaglia.

Al contrario, tessere paragoni tra le elezioni olandesi e le imminenti presidenziali francesi, totalmente monopolizzate dal dibattito attorno all’euro e dall’Unione Europea, non ha alcun senso: Olanda e Francia, benché geograficamente vicine, si trovano agli antipodi dell’Europa e le rispettive priorità dell’elettorato differiscono radicalmente.

Pochi, infatti, hanno sottolineato come l’Olanda sia la terra natia di Jeroen Dijsselbloem, esponente di quel partito socialista che è uscito dimezzato dalle elezioni del 15 marzo, nonché ministro delle Finanze dell’uscente governo Rutte e presidente dell’Eurogruppo: il “falco” Dijsselbloem è noto alla cronache italiane come l’inflessibile custode dell’ortodossia finanziaria, sistematicamente schierato sulle posizioni tedesche rigoriste ed anti-deficit. Già, perché l’Olanda è un Paese“germanico” che ruota a tutti gli effetti nell’orbita di Berlino, incline ad impiegare i suoi alleati minori (Finlandia, Estonia, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia e Slovacchia, etc. etc.) per promuovere ed imporre i propri interessi: è l’Olanda a schierarsi nella bollente estate 2015 a fianco della Germania contro qualsiasi concessione ad Atene, anche a costo di una “Grexit”, come è sempre l’Olanda ad opporsi oggi a qualsiasi riduzione del debito pubblico greco, sempre in sintonia con la Germania.

Dal punto di vista macroeconomico, i Paesi Bassi sono “un’estensione” della Germania, proprio come dal punto di vista geografico i suoi porti sono lo sbocco verso il mare di buona parte del commercio estero tedesco (l’Olanda è la prima fonte dell’import e la quarta meta dell’export tedeschi1): il tasso ufficiale di disoccupazione viaggia attorno al 5% contro il 6% tedesco, il debito pubblico olandese si colloca su livelli persino inferiori a quelli tedeschi (65% contro 80% del PIL), il saldo della bilancia commerciale è saldamente positivo ed in costante aumento dall’introduzione dell’euro: in questo contesto le frecce economiche all’arco dei populisti sono modeste e non è un caso se il Partito della Libertà di Geert Wilders abbia impostato il suo programma sulle tematiche contro l’immigrazione selvaggia, promossa ed incentivata dall’Unione Europea. I populisti olandesi sono riusciti nell’impresa di affermarsi come seconda forza del Paese senza che la situazione economica fornisse loro particolari aiuti: è un risultato notevole, che dovrebbe turbare il sonno della CDU e della SPD in vista delle imminenti legisltive tedesche.

Il quadro macroeconomico è invece agli antipodi in Francia, dove, nonostante i sondaggi avversi, è altamente probabile che la “populista” Marine Len riesca nella storica impresa di conquistare l’Eliseo. Benché Francia ed Olanda siano separate soltanto dal Reno, la distanza tra i due Paesi è siderale in termini economici: sulla sponda sinistra del Reno si è in euro-periferia, sulla sponda destra si è invece nel nocciolo dell’euro, “nell’area euro-marco”. La disoccupazione ufficiale si attesta su livelli record in Francia, attorno al 10% della forza lavoro, il debito pubblico è esploso dall’introduzione dell’euro, salendo dal 60% al 100% del PIL in 15 anni, la bilancia commerciale è parallelamente crollata, obbligando la Francia a vivere a credito, le partecipazioni statali, fiore all’occhiello dell’economia transalpina, sono state progressivamente alleggerite per racimolare un po’ di denaro. In Francia, i populisti hanno quindi più frecce al loro arco: non solo le tematiche anti-immigrazione che hanno regalato ottimi risultati a Geert Wilders, ma anche il cavallo di battaglia, cruciale dopo anni di eurocrisi, dell’impoverimento indotto dalla moneta unica.

Se nelle “germanica” Olanda il Partito della Libertà si è piazzato secondo grazie soltanto ai timori legati all’immigrazione indiscriminata, nella “periferica” Francia il Front National non avrà difficoltà a conquistare l’Eliseo, potendo catalizzare anche il malessere sociale causato dall’euro.

In Olanda l’establishment nazionale ha, bene o male, retto. In Francia, al contrario, si sta assistendo come nel resto dell’europeriferia ad uno scollamento tra l’élite al potere, sempre più isolata e screditata, e la base elettorale: la prima totalmente devota all’euro ed all’Unione Europea, la seconda sempre più insofferente dopo anni di crisi economica e schierata su posizioni anti-europeiste. Tolto il capitolo dell’immigrazione selvaggia, l’elettorato olandese aveva pochi motivi per pronunciarsi contro l’Unione Europea che ha sinora regalato più benefici che danni ai Paesi Bassi: escluso l’esborso per il salvataggio greco, Amsterdam non ha pagato tributi per il mantenimento dell’eurozona. Confermando il premier Rutte, gli olandesi si sono espressi quindi a favore dello status quo e del “proseguimento dell’integrazione europea” che, tradotto in termini pratici, significa nella primavera del 2017 procedere verso l’unione politica ed economica del “nocciolo tedesco”.

È facile infatti scorgere dietro l’ipotesi di “un’Europa a due velocità” avanzata da Berlino, lo storico obiettivo della Germania di federare attorno a sé gli Stati di lingua tedesca, grossomodo omogenei per cultura ed integrati economicamente: è un progetto di cui l’Olanda, l’affaccio al mare delle regioni industriali tedesche, è parte integrante, mentre né l’ingresso della Francia, né quello dell’Italia, né tanto meno quello del resto dell’europeriferia, sono contemplati. L’interminabile eurocrisi ha scremato i membri dell’eurozona, separando quelli compatibili con l’economia tedesca da quelli che non reggono il cambio fisso col marco: i primi sono oggi “europeisti”, come l’Olanda, mentre i secondi sono scivolati verso posizioni “populistiche” ed anti-europeistiche. Le elezioni del 2017 sono l’occasione per sancire la definitiva frattura dentro l’Unione Europea e la separazione dei due gruppi disomogenei: l’Olanda, il 15 marzo, ha votato per entrare nella nascente area marco allargata o nel “mini-euro del Nord”.

La Francia, invece, prostrata da anni di eurocrisi, si separerà dal nocciolo tedesco eleggendo la populista Marine Le Pen all’Eliseo.

L’8 maggio, all’indomani delle presidenziali francesi, i mercati finanziari saranno travolti dalla tempesta alla notizia della vittoria del Front National; Mario Draghi tenterà invano di sedare gli speculativi, sempre più violenti dopo il conclamato divorzio francese dall’Unione Europea; frenetiche consultazioni si terranno per stabilire se e come l’eurozona e le istituzioni di Bruxelles possano sopravvivere. Berlino proporrà allora ad un ristretto club di Paesi di procedere con l’integrazione economica e politica, così da non gettare alle ortiche “il sogno europeo”. Sarà interpellata per prima l’Olanda di Mark Rutte, cui seguiranno i governi dell’Europa centrale e nordica. Il premier Gentiloni aspetterà invano una telefonata che non arriverà mai, mentre gli altri Paesi dell’europeriferia, più pragmatici, si attrezzeranno per tornare nel volgere di poco tempo ai vecchi conii.

Nascerà così l’Europa a due velocità, partorita dalla cruciali elezioni del 2017 iniziate con le legislative olandesi: un’area euro-marco, circondata da valute nazionali. Una Grande Germania nel cuore dell’Europa: il sogno di Berlino sin dal 1914.

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Federico Dezzani
Classe 1984, laureato in economia all’Università di Torino, appassionato di motociclismo, ho aperto questo blog per seguire l’evolversi del panorama nazionale ed internazionale. Una guerra è in corso, un conflitto del XXI secolo, e si combatte a colpi di derivati finanziari, kalashnikov e media: uno scontro senza limiti né confini.... Continua »