Correva l’anno 1937 quando per le strade di Toronto si avvistano due giovani ragazze in pantaloncini corti che mostrano le gambe. La foto storica, recuperata dagli archivi degli Alexandra Studios dei fratelli Turofsky, immortala la prima volta in cui due donne indossano shorts che arrivano sopra il ginocchio. Un fatto di grande scalpore per l’epoca, in quanto i pantaloni erano un capo d’abbigliamento esclusivamente maschile, e che cattura uno dei momenti in cui la moda si afferma come movimento espressivo di idee e tendenze che vanno al di là del puro gusto estetico.

Fino agli inizi degli anni 30’ era impensabile per una donna indossare pantaloni ( saranno introdotti solo successivamente nel corredo femminile dalla stilista Coco Chanel). Costretta in gonne lunghe che arrivavano fino a i piedi e corsetti stretti, la donna aveva poco spazio per esprimere sé stessa e seguiva ciecamente la moda impostale dalle buone maniere e da una società ancora principalmente patriarcale.

Lo scoppio della Grande Guerra, però, rende necessario un allargamento della società e rivaluta la figura femminile, che adesso non solo può, ma deve uscire dall’ambiente domestico, ed andare a sostituire in fabbrica o nei campi l’uomo,il quale nel frattempo è stato chiamato alle armi. Questa nuova donna, dinamica, pragmatica, che assume su di sé mansioni maschili ha bisogno di abiti adeguati e comodi, che permettano libertà di movimento. Le gonne si accorciano e per la prima volta i pantaloni, solitamente appannaggio della divisa dei giovani scolari o dei soldati, entrano a far parte dell’abbigliamento femminile.

Tuttavia, gli anni successivi la fine della prima guerra mondiale sono segnati dalla crisi del 29’, detta anche Grande Depressione, che colpisce il continente Americano, costretto ad adottare una politica economica volta al protezionismo. La Prima Guerra Mondiale,infatti, aveva reso necessario concentrare tutte le risorse sull’industria bellica, martoriando così il resto dell’economia. A poco servì lo statalismo Roosveltiano, che con il suo piano di riforme economiche, il New Deal, cercò di arginare la crisi che aveva di fatto eliminato il ceto medio, colonna portante di un economia liberale, e colpito tutti i settori dell’industria. Per quanto riguarda il settore tessile, infatti, si cominciò a risparmiare sui tessuti, preferendo il nylon, un tessuto sintetico di più facile lavorazione, il quale andava a sostituire la più pregiata seta.

Ad essere colpiti dalla Grande Depressione furono anche i Paesi legati finanziariamente all’America, tra cui, appunto, il Canada. Dopo essere sceso in campo a fianco della Triplice Intesa durante la prima guerra mondiale, in quanto ancora colonia Britannica, nel 1931, con lo statuto di Westminster, il Canada aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Il neo nato stato indipendente, però, si trovò subito alle prese con il crollo del sistema economico statunitense, che lo interessò particolarmente da vicino. Il 3 Giugno 1935 centinaia di lavoratori disoccupati per protestare contro le  condizioni di miseria occuparono dei containers di un treno, in quella che è nota come la protesta “On-to-Ottawa Trek”.

È in questo clima di cambiamenti e trovata indipendenza che viene scattata la foto ritraente le due giovani donne che camminano in shorts per le strade di Toronto. Quale che fosse il motivo della foto (si ipotizza un servizio fotografico), sta di fatto che, quasi un secolo dopo, è assurta a simbolo dell’emancipazione femminile e tutt’ora ci porta a riflettere su come si sono trasformati gli usi e i costumi della nostra società. Il gesto di due donne che mostrano per la prima volta in pubblico le gambe, a quei tempi considerato trasgressivo ed emancipato, paradossalmente oggi non desterebbe nessuno scalpore. La moda delle minigonne e degli shorts, per lo meno nella cultura Occidentale, è un must-have consolidato da tempo. Tra gli shorts a vita alta recentemente tornati di moda, che vanno rigorosamente indossati a “mo’ di mutandone della nonna”, e le minigonne talmente corte che neanche le tenniste potrebbero competere, si gioca tutto su una questione di millimetri.

Il lembo di pelle scoperto, da che mondo e mondo, ha sempre destato molto interesse. Noi donne abbiamo sempre avuto gli occhi puntati addosso per quanto riguarda l’abbigliamento, e mai come in questi anni di continuo scontro culturale, tra Occidente e Oriente, tra femministi e non, si è potuto apprezzare il ruolo sociale che ha la moda. Eterna Mosè, continua a dividere ed unire società, culture e popoli, i quali si interrogano sul valore morale di quello che indossiamo. Ridurre tutto alla questione bikini o burqini sarebbe semplicistico, in quanto inquadrerebbe solo un problema di natura politico-religioso. Ma l’abbigliamento, quello che indossiamo, è molto di più. È il nostro modo di presentarci al mondo, il nostro biglietto da visita. La domanda che da sempre ci poniamo, in realtà, è: fino a che punto ci si deve spingere per esprimere sé stessi? La verità è che non c’è una risposta giusta, perché non c’è davvero un modo giusto di essere noi.

Questa foto ha segnato un’epoca perché ha immortalato l’esatto momento in cui la donna è uscita dal conformismo culturale che perdurava da secoli e ha cominciato ad affermare sé stessa e le proprie idee, servendosi anche della moda. Oggi,al contrario, si cerca di (in)seguire le mode, che ci guidano verso un compiacimento collettivo e sociale. Quel “totalitarismo consumistico” da cui ci metteva in guardia Pasolini è ormai la norma e a poco valgono gli escamotage bizzarri delle famose case stilistiche che nel vano tentativo di reinventarsi, continuano a rincorrere le mode passate, nell’ormai esasperante circolo vizioso del “tutto torna di moda”. La verità è che le idee nuove non mancano, condivisibili o meno, “indossabili” o meno. Quello che manca è la sostanza che sta dietro il motivo per cui si sceglie di indossare un capo piuttosto che un altro. In una società che ha tutto, trovare qualcosa di spontaneamente diverso è diventato raro.

 

 

 

 

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Camilla Marotta
Studentessa laureata in Lingue, Letterature e Culture Moderne all'Università di Padova, dove ha coltivato la sua passione per la lingua inglese e russa. Avida lettrice, ama soprattutto i classici della letteratura, andare al cinema ed ha una passione smodata per il calcio a 5 femminile. Frequenta attualmente la magistrale in Editoria e giornalismo all'Università di Verona.