In un’Europa occidentale devastata, materialmente e spiritualmente, dal relativismo e dal nichilismo, un mondo un tempo lussureggiante oggi ridotto a colonia dell’imperialismo americano, la necessità per le nostre comunità di riprendere il contatto (laddove possibile) con la natura si fa ormai vitale. Abbiamo passato il segno in termini di densità demografica, di inquinamento e sfruttamento del suolo, di riscaldamento, di cementificazione, di sviluppo (si fa per dire) riducendo l’ambiente che ci circonda ad una gigantesca colata di asfalto e cemento che nemmeno erediteranno i nostri figli, subissati dalla sregolata riproduzione allogena, una vera e propria bomba demografica pronta da un momento all’altro ad esplodere con tutte le sue contraddizioni.

La mia realtà di riferimento è, naturalmente, la “Padania”, che per via degli eventi del secondo dopoguerra ha conosciuto uno sviluppo travolgente accompagnato da industrializzazione incontrollata; se da una parte questo ha favorito, indubbiamente, l’occupazione, la ricchezza, il benessere diffuso (ma più materiale che biologico e spirituale) e l’affermarsi del Nord Italia come una delle aree più dinamiche d’Europa, dall’altra ha avuto pesanti ricadute in termini di qualità della vita: lo smog, l’inquinamento (anche luminoso), il fenomeno dei capannoni che spuntano come funghi, il disboscamento e l’esproprio di terreni per fabbricare e asfaltare ovunque, uniti alla spaventosa sovrappopolazione, rappresentano fenomeni preoccupanti con dure ripercussioni sulla vita quotidiana, e il necessario equilibrio psicofisico delle persone.

Nel secondo dopoguerra industria, governo, istituzioni repubblicane, politica hanno preferito puntare tutto sul Settentrione abbandonando il Meridione a sé stesso, col risultato di sovrappopolare una terra già di per sé densamente abitata (in particolare il Nord-Ovest) grazie all’esodo meridionale verso nord, col solo scopo di assicurare affari d’oro alla grande industria padana e di agganciare maggiormente l’Italia all’Europa continentale, a scapito appunto del depresso Meridione. Il risultato, appunto, è un Nord inquinato, devastato e sconvolto nel suo tessuto etnico e sociale originale e un Centro-Sud svuotato, rinunciatario, in balia dei suoi mali, andando così ad accrescere la frattura apparentemente insanabile tra Settentrione e Mezzogiorno.

Meglio sarebbe stato raggiungere un certo equilibrio cercando di industrializzare anche il Sud e di eradicare una volta per tutte le mafie, il degrado e il malcostume che affliggono quelle terre peninsulari e insulari, ma si è preferito fare altrimenti e il prezzo, come sempre, lo pagano i poveri disgraziati, oggi per giunta impegnati in una disastrosa guerra tra poveri con immigrati attirati in Europa dal grande capitale e dai pifferai magici democratici e cristiani. Si aggiunga anche l’errato approccio alla questione meridionale messo in atto dal Risorgimento, tra marciume sabaudo, ingerenze straniere e zampini massonici ed… “eletti”.

Al di là della politica e dello stato, credo che il passo principale che l’identitarismo italico debba compiere è quello rappresentato dal comunitarismo. Prima della politica nazionale, delle faccende statali, delle alleanze geopolitiche e, ovviamente, degli affari sta la fede incrollabile negli eterni valori di sangue, suolo, spirito che, in maniera genuina, solo l’impegno comunitario può preservare ed esaltare al meglio. D’altronde cosa ci si può aspettare da una repubblica nata dopo il 1945 che è espressione della volontà dei vincitori alleati, da una colonia americana e occidentale, nel peggior senso del termine, che è un insulto a identità e tradizione perché non l’Italia e gli Italiani ma i maneggi euro-atlantici la tengono in piedi?

La RI è un contenitore statale di gruppi etno-culturali diversificati da millenni di storia creato ad hoc nel dopoguerra, in linea con le direttive angloamericane stabilite per i vinti germanici e italici; la sua “sacra” Costituzione, vergata da partigiani e liberali, è priva di quel necessario afflato patriottico che delinea la fisionomia di una nazione sovrana e dotata di autorità perché ben conscia della propria identità e della propria gloriosa eredità italico-romana. Naturalmente non sto dicendo che l’unità politica d’Italia, raggiunta circa 2000 anni prima da Augusto, vada cestinata ma che lo stato italiano contemporaneo è nato da presupposti sbagliati che nel tempo hanno causato sfracelli. Quella costituzione andrebbe riformata da capo a piedi per dare un volto davvero nazionale alla Repubblica.

Inutile dunque farsi il sangue amaro sperando che questo stato “italiano” possa cambiare passo, almeno nell’immediato: la politica è necessaria e, anzi, fondamentale, ma l’opera da attuare sarebbe titanica perché l’Italia ha bisogno, finalmente, di una entità amministrativa che si faccia sangue, suolo e spirito, che sia cioè veramente rappresentativa di ciò che sono, per davvero, Italia e Italiani. Per questo dico che prima della politica nazionale, e di uno stato, deve venire la coscienza patriottica impregnata dei più sacri valori identitari e tradizionali, che sono quelli che ci rendono fieri e orgogliosi delle nostre radici locali, nazionali e continentali. E il cielo solo sa quanto poco lombarde, italiane ed europee (nel vero senso dei termini) siano le istituzioni che ci troviamo a sopportare, essendo sull’agenda mondialista.

Senza questa consapevolezza nemmeno si può pensare ad uno stato etnonazionale, sarebbe come andare a votare per qualcuno senza sapere chi sia, cosa voglia, quale sia il programma (con esiti catastrofici…). Serve una salutare rieducazione etnica e nazionale degli Italiani, nonché civica e patriottica, che passa anche per la salvaguardia sacrosanta dell’ambiente, della flora e dalla fauna indigene e per uno stile di vita, individuale e comunitario, improntato al rispetto per la natura, e quindi per il proprio popolo e per sé stessi. Avremmo bisogno di quell’Ahnenerbe casalinga, e comunitaria, di cui ci parla l’ottimo prof. Fabio Calabrese, che è peraltro in linea con i fondamenti völkisch cari ad importanti autori del passato e del presente come Herder, Löns, Schauwecker, Jünger, Darré e i nostrani Lorenzoni, Prati, Ciola, grazie a cui ho potuto accostarmi all’etnonazionalismo.

Assieme agli imprescindibili valori di sangue e suolo si aggiunge lo spirito, che è ciò che dà linfa vitale ai primi due, senza cui il sangue rimane fluido biologico e il suolo una striscia di terra. Chi, sul serio, ama l’ambiente e ha a cuore la tutela dei suoi elementi naturali e del clima avrà anche una robusta etica patriottica e comunitaria poiché essa è il principale baluardo anti-mondialista nella perpetua lotta tra il sangue, e gli ideali che esso nutre, e l’oro di banchieri, mercanti e usurai.

L’etnonazionalismo, e quindi il comunitarismo, stanno dalla parte della natura, dunque della verità e della ragione, mentre gli adoratori del mondo (inteso come ecumene promiscua e indistinta, materialista) fiancheggiano l’inganno e la diabolica distruzione di ciò che di più caro e vitale possono avere i popoli della Terra, sempre meritevoli di rispetto e onore laddove non si tramutino, scientemente, in carnaio apolide standardizzato dalla plutocrazia.

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Paolo Sizzi
Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Dopo una parentesi particolarista, evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani.